Le pajiare, i rifugi rupestri a secco

Dalle pietre calcaree i ripari contadini del Salento

Passeggiando per le campagne del Tacco d’Italia è facile imbattersi nelle pajiàre o furnieddhi, bianche strutture di pietra calcarea principalmente a base circolare, erette dai contadini secondo antiche tecniche costruttive. Simili per struttura ai trulli del nord della Puglia, le pajare avevano funzione di rifugio temporaneo durante la bella stagione, funzionali alla logistica e alla sorveglianza della campagna da parte delle famiglie contadine.

In epoca di raccolta, gli agricoltori solevano infatti trasferirsi dal paese alla campagna, non solo per velocizzare il lavoro, ma anche a protezione dell’agro: il colono infatti era contrattualmente nominato non solo coltivatore, ma anche custode dei prodotti della terra, e il padrone poteva rivalersi per legge su di lui per ogni tipo di danno, ragion per cui molti contadini sceglievano di passare anche la notte in prossimità dell’orto o della cultivar. Non tutte le famiglie agricole disponevano però di una struttura in muratura nell’agro, e le pajare rappresentavano una valida ed economica alternativa.

Le costruzioni erano in epoca antica realizzate solo con rami e frasche, impalate e intrecciate lungo la circonferenza tracciata all’inizio della stagione della raccolta dal capofamiglia, secondo specifici rituali propiziatori. In seguito si passò ad innalzare il perimetro con le pietre, completando poi la copertura con tronchi e frasche, per poi approdare alla fase finale con costruzioni interamente in pietra.

Esistevano due tipi di costruzioni: i semplici rifugi dalla pioggia e dalla calura, usati anche come rimesse degli attrezzi, di modeste dimensioni, e furnieddhi più grandi con funzioni abitative, spesso forniti di un caminetto interno per cucinare. Come i muretti a secco, usati per delimitare i confini delle proprietà, questi rifugi rupestri erano creati con le pietre calcaree estratte dal terreno per renderlo coltivabile, senza il supporto di materiali collanti quali calce o argilla.

La tecnica costruttiva dei piccoli furnieddhi prevede l’incastro delle pietre lungo la circonferenza, diminuendo sempre più il raggio verso l’alto, fino a chiudere la struttura con una grande pietra detta chianca. Nel caso di strutture più grandi, la tecnica costruttiva era più complessa: si realizzavano infatti due murature, una interna ed una esterna, la cui intercapedine era colmata con piccole pietre e terra, in modo da isolare lo spazio interno dagli agenti atmosferici e gli animali. Spesso lungo la muratura esterna si creavano inoltre scale verso il tetto, dove si stendevano ad essiccare i prodotti della terra.  

Nonostante la loro natura popolare e la loro struttura semplice, queste costruzioni resistono al tempo, caratterizzando ancora oggi con il loro affascinante silenzio e odore di umido il paesaggio della terra degli ulivi.